Henri Cartier-Bresson

 

“Il tempo corre e fluisce e solo la nostra morte riesce ad afferrarlo.
La fotografia è una mannaia che coglie, nell’eternità, l’istante che l’ha abbagliata.”


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Nato nel 1908 a Chanteloup, Henri Cartier-Bresson è considerato il padre del fotogiornalismo e del reportage e un maestro nella capacità di cogliere “il momento decisivo” e di catturare l’elemento di irrealtà nella realtà.
Proveniente da una famiglia alto-borghese, i suoi erano commercianti di tessuti, Cartier-Bresson si lascia attrarre fin da piccolo dall’arte, soprattutto grazie alla madre, Marthe Le Verdier, che lo porta con sé ai concerti, lo accompagna per le sale del Louvre e gli trasmette un immortale amore per la poesia. Dopo gli studi giovanili, anziché lavorare nell’azienda di famiglia, Cartier-Bresson si dedica alla pittura. Con l’aiuto dello zio Louis riesce a frequentare l’atelier del pittore Jacques-Emile Blanche dove entra in contatto con gli ambienti del surrealismo.
Tra il 1927 e il 1928 diventa allievo del pittore e teorico del cubismo, André Lhote, che lo introduce agli artisti del Quattrocento italiano e alle regole della prospettiva e gli trasmette l’amore per la disciplina e il rigore formale e visivo.
 

“Non riuscendo a rivelare il pittore che era in lui, Lhote modella l’inconscio del futuro fotografo. Cartier-Bresson forse non saprà contare, ma sa perfettamente dove cade il numero aureo: dentro di lui è inciso, piuttosto che scritto, quel famoso principio di armonia universale, chiave della concezione assoluta della bellezza.”

Pierre Assouline, Henri Cartier-Bresson. Biografia di uno sguardo, Milano, Photology, 2006

 

“Le sue fotografie, prima di essere la cattura della luce tramite grani d’argento, sono una metafora ottica, la dimostrazione che l’obiettivo fotografico in mano a un poeta può elevarsi sulle oscurità più profonde del reale.”

Jean Claire, Introduzione a Henri Cartier-Bresson, Paris, Photopoche Nathan, 2002

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Nel 1931, dopo un lungo viaggio in Costa D’Avorio dove acquista la sua prima macchina fotografica (una Leica 35mm con lente 50mm), Cartier-Bresson si dedica a tempo pieno alla fotografia. Ad iniziarlo sarebbe stata un’immagine dell’ungherese Martin Munkacsi scattata intorno al 1929 e pubblicata nel 1931 sulla rivista Photographie.

“Improvvisamente ho capito che la fotografia può fissare l’eternità nell’istante. È la sola foto che mi abbia influenzato. In questa immagine c’è una tale intensità, una tale spontaneità, una tale gioia di vivere, una tale meraviglia che mi abbaglia ancor oggi. La perfezione della forma, il senso della vita, un brivido senza eguali… Mi sono detto: buon Dio, si può fare questo con una macchina fotografica… È stato come ricevere un calcio nel sedere: forza vai!”

Pierre Assouline, op. cit.



Nel 1935 Cartier-Bresson decide di chiudere con la fotografia e di abbracciare il mondo del cinema. Si appassiona al genere del documentario e per un paio di anni affianca Jean Renoir nella regia per poi tornare alla macchina fotografica.

“Per la prima volta ha bisogno di uno stipendio regolare. E né Jean Renoir né il cinema glielo possono assicurare. O forse presagisce che quella non è la sua strada? E poi ci sono altre ragioni. La guerra semplicemente. Ma della peggior specie, la guerra civile […].”

Pierre Assouline, op. cit., p. 94

Cartier-Bresson decide di mettere le proprie competenze in ambito fotografico al servizio dell’informazione e nel 1936 parte per la Spagna inviato dal Paris-Soir per documentare la guerra civile. Catturato nel 1940 dai tedeschi, dopo quasi tre anni di prigionia e due tentate fughe, riesce a evadere dal campo e nel 1943 ritorna a Parigi dove fotografa la fine della guerra. Parte poi alla volta della Germania per immortalare la liberazione di prigionieri e deportati.
Foto 5

 

Da questo momento in poi Cartier-Bresson si sposta da un continente all’altro e inizia a vendere le sue foto al France-Presse, Vu, Paris-Match e ad altre riviste. Nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York vuole dedicargli una mostra “postuma” in quanto si era diffusa la notizia che fosse morto in guerra e così si trasferisce negli Stati Uniti insieme alla moglie Martine Franck e si occupa della preparazione dell’esposizione inaugurata poi nel 1947. In seguito realizza reportage per la testata americana Harper’s Bazaar.
Per la prima volta Cartier-Bresson accompagna le immagini con dettagliate didascalie a uso dei giornali e pretende che i suoi scatti non vengano modificati in sede di stampa.

 

“Attribuisco grande importanza al fatto che non vengano modificate le mie inquadrature; per questo aspetto fare riferimento alle mie copie nell’album; nel caso non fossero disponibili, stampare i negativi integralmente, senza rifilare nemmeno un millimetro quanto all’ingrandimento o alla stampa.”

Henri Cartier-Bresson, lettera all’editore Pierre Braun, maggio 1944, Archivio Cartier-Bresson

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Cartier-Bresson lavora sempre più spesso al fianco dei grandi nomi del fotogiornalismo, come il polacco David Seymour e l’ungherese Robert Capa. La loro collaborazione si trasforma in un vero e proprio sodalizio nel 1947 quando, con l’aggiunta di George Rodger, danno vita alla più grande agenzia di fotogiornalismo del mondo, la Magnum Photos. I quattro fotografi si spartiscono le aree del mondo in cui realizzare reportage: Capa e Seymour l’Europa, Rodger l’Africa e il Medio Oriente, Cartier-Bresson l’Asia. Parte per l’India dove registra il sofferto cammino del Paese verso l’indipendenza dalla Corona Britannica. Qui ha l’occasione di incontrare il Mahatma Gandhi a poche ore dal suo assassinio.

“Segue il corteo funebre perduto in mezzo a due milioni di persone, assiste alla cremazione, e accompagna il treno che porta le ceneri nel luogo della loro immersione, nel Gange […]. Per quanto rifiuti l’idea di un reportage sull’assassinio, ne fa comunque uno alla sua maniera, dando la caccia all’ondata di shock sui volti e nei comportamenti della gente. Percorrendo questo Paese traumatizzato, abbozza il ritratto di un popolo colto nell’istante preciso di una delle più grandi tragedie della storia.”

Pierre Assouline, op. cit.

Dall’India si sposta in Pakistan e in Birmania finché gli viene commissionata dalla rivista Life un reportage sull’avanzata dell’Armata Rossa a Pechino.

“Voglio che le didascalie siano strettamente informative e in nessun modo delle annotazioni sentimentali o di una qualunque ironia. Voglio che sia fatta informazione franca, nelle pagine che vi invio ci sono già abbastanza elementi per questo. Mi fido completamente di voi, ma sarei profondamente riconoscente se con i nostri clienti foste assolutamente chiari su questo aspetto. Lasciamo che le foto parlino da sé e, per amore di Nadar, non permettiamo che delle persone sedute dietro ad una scrivania aggiungano ciò che non hanno visto.”

Henri Cartier-Bresson, lettera all’agenzia Magnum Photos, 1949, Archivio Magnum

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Di ritorno dall’Oriente, Cartier-Bresson è ormai un’icona del fotogiornalismo. Nel 1952 pubblica per l’editore Tériade la sua prima raccolta di fotografie, Images à la sauvette, corredata dalla sua prefazione e dalla copertina illustrata da Matisse.

 

“Il reportage è un’attività progressiva della testa, dell’occhio e del cuore per esprimere un problema, fissare un evento o una qualche impressione. […] Per me la fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un fatto da un lato e dell’organizzazione rigorosa delle forme, visivamente percepite, che esprimono questo fatto dall’altro.”

Henri Cartier-Bresson in “L’instant décisif”, Prefazione a Images à la sauvette, Paris, Verve, 1952

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Gli anni Cinquanta sono segnati da due tragiche perdite: nel 1954 il collega “Bob” Capa perde la vita nella guerra del Vietnam e nel 1956 muore David Seymour durante il reportage sulla crisi di Suez. Per Cartier-Bresson seguono anni di disagio di fronte alla nuova piega presa dall’agenzia Magnum, sempre più legata alle leggi del mercato dell’informazione e ormai lontana da quell’etica di libertà di stampa per cui era stata concepita.

 

Cari colleghi,
essendo da svariati anni in profondo disaccordo con la piega che stava prendendo la Magnum ed essendo uno dei fondatori ancora in vita, vi ho chiesto di volermi concedere lo statuto di contributor, sperando di provocare, con questa mia presa di distanza, uno shock purificatore all’interno dell’organizzazione. […] Nel frattempo ho constatato che lo scarto tra lo spirito dell’agenzia Magnum, così come l’avevamo creata, e quello attuale va aumentando, almeno per una parte dei miei soci. […]
Sono dunque costretto a chiedervi di creare due gruppi, in modo da mettere fine all’attuale ambiguità e alla situazione malsana per la quale soffriamo tutti: da una parte un gruppetto artigianale devoto, conformemente allo spirito iniziale, alla fotografia sul campo, al reportage editoriale e industriale come pure alla foto ricordo e, dall’altra parte, un’organizzazione che si dedica alla fotografia artificiosa, più creativa, prestigiosa e di lusso – il nome di Magnum dovrebbe essere riservato al primo gruppo e un nome del tipo “Mignum” o “Mignon” […] andrebbe all’altro, fermo restando che le due filiali intratterrebbero fra loro rapporti amichevoli.
[…] Nel caso in cui questo sistema – che secondo me, salvaguarderebbe lo spirito dei fondatori e di un certo numero di fotografi – non potesse essere accettato, mi vedrei tristemente costretto a ritirarmi in modo puro e semplice, dolce e immediato, con tanti cari saluti, le mie più vive congratulazioni e sentite condoglianze.

Vostro
Henri Cartier-Bresson

[…]
PPS: Certuni si sono presi la briga – senza cattive intenzioni, del resto, ne sono certo – di far saltare la parola “photos” dalla nostra ragione sociale “Magnum Photos”. Questo lapsus mi è sembrato molto significativo. Tuttavia, restando io pur sempre un fotografo, sono pronto, a titolo personale, a parlare un po’ di fotografia e di altri argomenti “culturali”. E, detto questo, vado a vedere cosa succede per strada…

Henri Cartier-Bresson, lettera all’agenzia Magnum, 4 luglio 1966, Archivio Magnum

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Cartier-Bresson lascia la Magnum e continua la sua attività come fotografo indipendente; nel corso degli anni Sessanta ritrae volti celebri del Novecento: Marthin Luther King, Coco Chanel, Marcel Duchamp, Henri Matisse, Jean Paul Sartre, Ezra Pound, Truman Capote, Che Guevara, Marylin Monroe, Artur Miller e tanti altri.

Nonostante l’intensa attività di ritrattista, Cartier-Bresson resta fedele all’etica del fotoreporter proseguendo i suoi innumerevoli viaggi. Nel 1960 è in Italia, nel 1964 in Messico e nel 1968 gira per le strade di una Parigi in fermento per raccontare gli sguardi e gli slogan di una generazione “contro”.

 

All’alba degli anni Settanta Cartier-Bresson lascia la fotografia, questa volta definitivamente, e torna al suo primo amore, il disegno. Per tutta la vita non si è mai definito fotografo bensì pittore: la fotografia è stata per lui un modo alternativo di disegnare, più istantaneo, conforme al suo sguardo impaziente. Un “taccuino di schizzi”, come ha affermato.

 

“La fotografia è per me l’impulso spontaneo di un’attenzione visiva perenne, che afferra l’attimo e la sua eternità. Il disegno, invece, per la sua grafologia, elabora ciò che la nostra coscienza ha afferrato di quell’attimo. La foto è un’azione immediata; il disegno una meditazione.”

Henri Cartier-Bresson in “L’instant décisif”, Prefazione a Images à la sauvette, Paris, Verve, 1952

 

“La sua fiducia nell’uomo resta intatta, la sua diffidenza nei confronti della società totale. È questo quello che gli piacerebbe si ricavasse dalla visione d’insieme di tutte le sue fotografie. Nulla lo spinge all’ottimismo più dell’idea di una continuità nell’arte”.

Pierre Assoluine, op. cit.

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Nel 2003, insieme alla moglie, inaugura a Parigi la Fondation Henri Cartier-Bresson con lo scopo di raccogliere le sue opere e creare uno spazio espositivo aperto a tutti gli artisti.
Muore il 3 agosto 2004 a L’Isle-sur-la-Sorgue, in Francia.

 

“È unico. Ha voluto che la sua fotografia fosse diffusa e non rarefatta, che fosse visibile tanto sui giornali quanto nei musei. È fondamentale. E ha inventato un modo di lavorare e di funzionare. Ha imposto lo sguardo e lo statuto del fotografo. Henri ci ha insegnato a essere liberi. Ed è per questo che è riuscito a dare energia alle immagini. Ha privilegiato la strada come spazio nel quale si rivela una società. E ha anche imposto l’obiettivo unico, il 50 mm. L’avvenire mostrerà che Henri era più politico di quanto non si pensi. Henri Cartier-Bresson ha saputo mantenere una distanza, pur prendendo la sua posizione di fotografo. È questa l’eredità che ci lascia.”

Raymond Depardon, Le Monde, 29 agosto 2004

 

“Non ce la caveremo mai con le parole, dal momento che esiste una grazia della fotografia.
Scrittore troppo legato alla gleba, invidio a Cartier-Bresson di essere, al modo degli angeli, il messaggero degli dèi, colui che permette agli uomini di abitare il loro paese.”

Jean Claire, Introduzione a Les Européens, Paris, Editions du Seuil, 1997

 


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