Lobliquità per Ivano Fossati

Uno si è autoincoronato «re degli ignoranti». L’altro è per molti il «re degli intellettuali». Adriano Celentano e Ivano Fossati sembrano due artisti agli antipodi. Forse lo sono. Per lo stile della musica, per il pubblico che li segue, per la loro storia personale.
Basta vedere il loro rapporto con la televisio­ne. Il prima ci sguazza, l’altro se ne tiene lonta­no, concedendosi soltanto alle trasmissioni di qualche caro amico. Eppure qualche anno fa fra i due è scoccata una scintilla. Fossati ha firmato una canzone per «Esco di rado e parlo ancora meno», album di Celentano uscito a fine 2000 e che viene proposto domani nel secondo appunta­mento con «Adriano», la serie di libri-cd del Cor­riere della Sera. E non si tratta di un brano qualsi­asi. La prima riga della prima strofa di «Io sono un uomo libero» è quella che ha dato il titolo al disco.
«Quella distinzione fra noi due è lontana dalla realtà. Altro che ignorante, lui è un personaggio attentissimo, in ascolto del mondo. Si interessa alla realtà e non si estranea mai dal vissuto degli altri. E poi è uno che ascolta con attenzione, qualità assai rara in questo mondo», spiega Fossati. Che racconta come due mondi così lontani siano entrati in contatto. «Il suo manager è venuto a un mio concerto. Ci siamo parlati e gli ho detto che ero da anni un ammiratore di Adriano. Da questo incontro è nata la collaborazione». Fossa­ti fan del Molleggiato? Una rivelazione. «A casa ho 45 giri e album originali degli Anni Sessanta. Oltre al beat, al rock e gruppi tipo Animals e Spencer Davis percepivo Celentano come qual­cosa che stava al di fuori della produzione “normale”. Già allora faceva canzoni sgrammaticate, brani geniali ma in controtendenza come “Azzur­ro”, capolavori assoluti e obliqui come “Il ragaz­zo della via Gluck”. Ancora oggi, grazie alla mia compagna che è una fan sfegatata, la sua musica è una presenza costante nella mia giornata».
Fossati spiega la chiave che ha usato per capi­re il collega. «Avevo un’idea radicata dall’ascol­to della sua musica. Per uno come lui ci vogliono canzoni politicamente scorrette, oblique, provo­catorie. Tenendo presente che scrivere una cosa qualunque per lui sarebbe svilirne il talento, il mio sforzo è stato quello di scrivere qualcosa del genere che contenesse lui e anche me». Esperi­mento riuscito. In alcuni passaggi è un classico da Celentano, in altri ci si può immaginare l’auto­re cantare. «Quando puoi scrivere per un perso­naggio così ben delineato è una benedizione. I caratteri che devono uscire sono così evidenti che l’ispirazione arriva facilmente». Il punto centrale del brano è quando Adriano canta «Io sono un uomo libero né destra né sinistra»: «Questo concetto, amplificato dal suo essere artista, uo­mo e personaggio, acquista ombre e colori di un’ambiguità voluta, crea sospensione». In boc­ca a Fossati, politicamente etichettato a sinistra, quelle parole suonerebbero diverse: «L’ho ripre­sa in un mio disco del 2003. Musicalmente fun­ziona bene, ma la stessa frase non risulta abba­stanza ambigua». Forse è anche per questo che non la canta dal vivo nel tour che da un anno lo sta portando in giro per l’Italia (il 28 sarà allo Smeraldo di Milano) e che si concluderà la pri­ma settimana di marzo. Proprio per quello stes­so passaggio Sergio D’Antoni chiese di usare brano per il suo movimento politico Democra­zia europea: «Ero contrario a quell’utilizzo per­ché non è una canzone politica, non ne ha i requi­siti».
I due hanno trovato subito un’intesa. «Non ci eravamo mai conosciuti prima. Credo di poter dire che ci siamo piaciuti. Ci siamo incontrati due volte. A casa sua dove abbiamo fatto anche delle foto assieme e in studio per le prove. Poi tante piacevoli telefonate». La leggenda racconta che gli invitati a casa Celentano finiscano a riparare oggetti assieme al padrone di casa. È capitato an­che a lui? «No, però mi ha fatto vedere i suoi ango­li laboratorio. Più che situazioni da aneddoti, mi colpirono due cose. Anzitutto l’aver incontrato un uomo la cui fantasia e l’inventiva erano anco­ra quelle di un sedicenne. E poi il garbo e la delica­tezza di un persona che è ancora meglio da vicino di quanto non sia pubblicamente». A proposito, Fossati che ne pensa del personaggio televisivo? «Mi piace. Non mi interessano gli ascolti che fa, ma i suoi interventi. Era già politicamente scor­retto negli Anni Sessanta: non aveva timore di niente e di nessuno. Di recente ho rivisto un pro­gramma dove girava con la macchina da presa in spalla: il programma lo faceva lui. Ancora oggi riesce a tenere la platea incollata al televisore. E questo non mi stupisce».
«Io sono un uomo libero» è un reggae. Scelta inconsueta. Sia per Fossati che per Celentano, più legati ad altre ritmiche. «È stato frutto del desiderio del momento. Mi pareva che lui non avesse mai inciso un reggae e che proprio per que­sto avrebbe potuto risultare interessante». La collaborazione è rimasta un episodio nella carrie­ra dei due. Le cui carriere non si sono più incro­ciate. «Ci siamo sentiti e c’è il progetto di fare ancora qualcosa assieme. Il progetto c’è ancora, ma devo ritrovare un’idea obliqua».

Andrea Laffranchi, “Ivano Fossati: «Cerco un’idea obliqua per lavorare ancora con Celentano»”, Corriere della Sera, 20 febbraio 2007






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