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Erich Linder

È imbarazzante cominciare un articolo sapendo già che sarà mediocre, inadeguato. Eppure ci devo provare. È passato un mese dalla scomparsa improvvisa (infarto) di Erich Linder, l’agente letterario di quasi tutti gli scrittori italiani. I giornali hanno dato a suo tempo la notizia con sufficiente ampiezza. Sufficiente, dico, ma ricordo con una stretta al cuore di una volta che mi trovavo in macchina con lui: rischiammo di avere un grave incidente e qualcuno, a bordo, disse che, se fosse accaduto qualcosa a Linder, i quotidiani avrebbero dovuto reimpaginare la prima pagina.
Lui ghignò, con quella sua aria soddisfatta di quando si diceva qualcosa che condivideva. E invece era una delle poche volte che si sbagliava. Quando è morto davvero i giornali non solo non gli hanno dedicato un angolino in prima pagina, ma non hanno neanche saputo raccontare ai loro lettori chi fosse veramente e perché fosse così importante. […]
Non riuscirei a descrivere in poche colonne lo straordinario fascino umano di Linder, e non ci provo, ma vorrei spiegare, almeno, cosa rendeva molti autori linderdipendenti al punto di non saper iniziare un romanzo, parlare con un editore, accordarsi con un giornale o concedere un’intervista senza prima consultarsi con lui. […]
Il fatto è che Linder, con la sua cultura enorme, il suo gusto finissimo, la sua esperienza decennale e internazionale, sapeva essere anche la corda tesa sull’abisso che divide lo scrittore dal lettore, consigliare e guidare per un più sicuro e facile approccio. Sarebbe sorprendente l’elenco dei grandi e piccoli successi che sono nati – in tutto o in parte – nelle sue teste.
Il merito grande di Linder era infatti questo, di avere tre teste, come Cerbero: quella dell’autore, quella dell’editore e quella del lettore, e di saperle usare, di volta in volta, insieme o disgiunte, magnifico mostro. […]
Buttato sul divano, se l’ospite fumava, gli chiedeva una sigaretta, ché lui aveva smesso, e ricorreva a questo mezzuccio per fumarne qualcuna. So di autori che fingevano di fumare per dargli questa piccola gioia.
Ascoltava – gli occhi celesti già di loro natura sbarrati – senza lasciarsi distrarre, in presenza di un autore anche minimo, dalle telefonate che gli arrivavano in ogni momento da tutto il mondo.
Poi, subito, le sue tre teste si mettevano in azione. Valutava con abilità e discrezione la capacità di quell’autore per quel libro e quanto lavoro ci sarebbe voluto; indicava quale sarebbe stato l’editore e il momento più opportuno e le condizioni che si sarebbero potute ottenere; infine divinava, sa il cielo come, che successo avrebbe potuto avere il libro, e velocissimo, come un calcolatore, alzando gli occhi al soffitto, ti dava l’esatto rapporto lavoro-guadagno-prestigio. Molte altre cose ti diceva, molti consigli, ma sempre con l’aria di aprire un manuale tecnico, non di sostituirsi all’autore, e si usciva da lì più sicuri, più contenti. […]

Era un piacere sentirlo parlare, ascoltare i suoi mille aneddoti, discutere con lui. Curiosissimo di tutto, a tutto attento, la sua conversazione asciutta spaziava su ogni campo, con vertiginosi slanci di ironia e di umorismo, e le sue ragioni erano incrollabilmente poggiate su pilastri inamovibili: giustizia, realismo, preparazione, razionalità.
Siamo orfani di tutto questo, e accidenti quanto pesa. Ma non si creda che pesi solo ai suoi nevrotici autori. Tutta l’editoria è mutilata e tutti, autori, editori e lettori, ne faremo le spese.
Giordano Bruno Guerri, tratto da L’Agente letterario da Erich Linder a oggi, a cura della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondatori, Edizioni Silvestre Bonnard

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Parlare di timidezza, perfino umiltà, a proposito di un uomo che molti temevano e qualcuno riteneva arrogante, imperioso, talvolta senza scrupoli, potrà apparire paradossale o provocatorio. Non lo è. Ho sperimentato quella timidezza in più di un’occasione, lavorandogli accanto, e mi sono convinto che la forza di atteggiamenti che potevano essere giudicati autoritari o intransigenti gli veniva da quel fondo di umana timidezza legata a una profonda modestia nei confronti di quell’essere che gli appariva incommensurabilmente superiore: l’artista, l’inventore di storie, lo scrittore. Colui che egli aveva scelto di servire. Per Linder era lo scrittore ad avere sempre ragione, perché la sua dimensione era troppo al di sopra di quella in cui si muovevano coloro che attorno ad esso e su di esso vivevano: gli editori, anche i migliori, coloro che più rispettava e ammirava, non erano in fondo a suo modo di vedere altro che commercianti, tra cui includeva anche se stesso. Rammento lo stupore con cui, apprendista alle prime armi ancora abbagliato dal miraggio di quel sancta sanctorum dell’universo letterario mondiale che mi appariva il suo ufficio, lo sentii paragonarsi a un salumiere o a un droghiere”.
Luigi Bernabò, tratto da L’Agente letterario da Erich Linder a oggi, a cura della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondatori, Edizioni Silvestre Bonnard

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Perché scelse il mestiere dell’agente letterario?
Perché sono un puritano. Odio l’ingiustizia, i soprusi. E credo che l’autore sia vittima dell’editore. Il mio scopo è di difenderne gli interessi.
Intervista a Erich Linder, tratta da “Madamina il catalogo è questo… Conversazione con La Fiera Letteraria”, in La Fiera Letteraria, 14 novembre 1968

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Chi è un agente letterario?
Un agente letterario è un amministratore di autori. Non c’è nessuna ragione perché si debbano avere dei commercialisti, degli avvocati e perché invece gli autori non debbano far gestire i loro affari da qualcuno che conosca il mestiere: gli autori dovrebbero scrivere libri.
[…]
Ma quali sono per un autore i vantaggi di un agente letterario?
Quando lei ha mal di denti, si tira il dente da sola? No, immagino di no, e un autore, ripeto quel che ho detto prima, scrive libri, non fa l’amministratore di se stesso, e il vantaggio principale è di usare un professionista (bisogna cercarselo bene, evidentemente) che faccia quel che da soli non si sa fare. Poi si può aggiungere questo: i vantaggi sono certamente maggiori per un autore affermato di quanto non siano per un autore non affermato perché un autore non affermato e soprattutto ansioso di pubblicare il proprio libro accetterà qualunque condizione gli venga imposta dall’editore, o quasi qualunque condizione. Non voglio neppure dire che l’editore imponga delle condizioni infami: l’editore esercita la propria parte. L’autore affermato che comincia ad avere più sfruttamenti del suo libro o per cui il libro diventa un mezzo di sostentamento, o almeno dovrebbe diventarlo, ha bisogno di qualcuno che glielo amministri, esattamente come chi possiede degli edifici ha bisogno di un amministratore.
Tratto da “Il mestiere dell’’agente letterario”, trascrizione dell’intervista a Erich Linder realizzata da Benedetta Craveri per Spazio 3 Opinione, Radio Tre, 1980 circa

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È assolutamente indispensabile arrivare a consentire che i libri siano venduti dovunque per essi esista un pubblico: i libri d’arte nei musei (l’Italia, questo paese di artisti, è uno dei pochissimi dove ai musei è negata la possibilità di avere una libreria di pubblicazioni d’arte: il nostro ministro dei Beni Culturali ha mai messo piede nel British Museum o nella National Gallery di Londra, o nel Metropolitan Museum di New York?), i manuali nei negozi o nelle botteghe specializzate, i libri di cucina nei negozi di alimentari o nei supermercati, e così via. Non si tratta – e mi ripeto – di togliere quelle opere alle librerie, ma di tener conto della realtà, per cui il libro, in libreria, è acquistato soltanto da chi lettore sia già, e solo raramente dal cliente occasionale, il quale ancor più raramente diventa poi un cliente abituale.
Erich Linder, tratto da “Editori, venditori, librai e lettori”, in Pubblico 1981. Produzione letteraria e mercato culturale, a cura di Vittorio Spinazzola, Milano Libri Edizioni, 1981

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Caro Feltrinelli,
come d’accordo, Le mando Der Krieg mit den Molchen di Karel C'apek, e confido fermamente che, in questo caso, potrò avere la Sua decisione entro quindici giorni al massimo.

Le comunico addirittura le condizioni: un anticipo di 100.000 Lire alla firma, sulle seguenti percentuali: 8% sino a 3000, 10% sino a 10.000, 12,5% sino a 25.000, 15% in là. Non sono condizioni particolarmente gravose se si considera che si tratta d’un classico, tradotto in tutti i paesi del mondo (e soppresso periodicamente di qua o di là dalla cortina o dalle varie cortine a seconda dell’umore politico).
Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1936, e fu subito un successo mondiale: una lettura anche approssimativa Le chiarirà perché non fu allora pubblicato in Italia.

Purtroppo il romanzo conserva anche oggi tutta la sua attualità: basta sostituire ai lucertoloni del romanzo la bomba H, o il petrolio, o un qualsiasi altro feticcio dei nostri tempi per accorgersi (e per parte mia me ne sono accorto con vero spavento), che non è cambiato niente. Io penso che in questo caso la pubblicazione, al di là delle possibilità d’un successo commerciale, sia davvero dettata da un obbligo di coscienza, – e spero che Lei, letto il romanzo, sarà d’accordo.

Molto cordialmente,

Erich Linder, lettera a Feltrinelli, Milano, 15 aprile 1957

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Caro Soavi,
eccole di ritorno, con molti ringraziamenti, le bozze del libro di poesie – genere nel quale una competenza critica mi manca (più ancora che non in altri generi), ma che mi sono molto piaciute (anacoluto, con cambio di soggetto – o oggetto – a metà frase: ma che cosa si può pretendere da uno straniero?)

Cordialmente

Erich Linder, lettera a Giorgio Soavi, Milano, 24 maggio 1972



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