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Percival Everett
Il paese di Dio

Percival Everett, Il paese di Dio

Menti, ruba, inganna
e, se non funziona, prega.

1871, caro vecchio e selvaggio West, nell’aria rimbomba ancora l’eco della Guerra di secessione; il Civil Rights Act sarebbe arrivato quattro anni dopo ma se ne sente già l’incedere. Curt Marder guarda attonito e impotente un drappello di farabutti vestiti da indiani bruciare il suo ranch, ammazzargli il cane e rapirgli la moglie. Potrebbe intervenire, sparare – la sua mano tentenna – ma decide di non farlo. Guarda la scena dall’alto, assiste alla sua vita andare in fumo. Marder è codardo, razzista, avido, imbroglione, un voltagabbana, uno di cui è bene non fidarsi. Anche perché è un disertore e a star con lui si rischia di finire sulla forca.
Mosso più dall’istinto che dalla rabbia, Marder decide di ingaggiare Bubba, il miglior braccatore del circondario nel tentativo di ritrovare quella parte di sé che sembra perduta e che vuole far coincidere con la moglie. La caccia ai finti indiani si trasforma, come nella migliore tradizione everettiana, in un’odissea donchisciottesca, e sembra davvero di stare di fronte al teleschermo: risse nei saloon, duelli, occhiatacce, silenzi troppo lunghi, gli indiani che sfottono i cowboy dicendo loro “augh”, una rapina e perfino un’allusione alla parabola del buon samaritano. Scorrono fiumi di whisky, ma questo si sa.
Marder e Bubba sono affiancati da Jake, un adolescente scontroso dai modi troppo aggraziati – “hai notato che quel ragazzino non piscia mai davanti a noi?” – i cui genitori sono stati uccisi dalla stessa banda di delinquenti. Il trio – sembrano i tre moschettieri dopo una litigata – ha a che fare con una carrellata di personaggi sgangherati: un prete che contrabbanda alcol, Loretta – una baldracca piuttosto esosa –, indiani veri, un ebreo baro di professione, soldati ancora assetati di guerra, un imbellettato generale Custer con una vestaglietta poco virile che mangia carne cruda e annuncia il Proclama di emasculazione.
Come in Ferito Everett lavora sul rovesciamento dei cliché del western per ottenere un effetto parossistico. La sua attenzione è concentrata sul peccato originale: l’identità dei neri e degli indiani d’America prevaricati dai coloni, la radice dell’odio e dell’intolleranza. E alla fine, finisce anche il tempo delle parole. Prevale la consapevolezza che il dio del West è un dio prêt-à-porter, un Dio “insopportabilmente crudele in cui credere”.

Erano in tre.
Una donna, un negro e un idiota
.


Biografia del libro
l mito del West sgretolato da un antieroe falso e bugiardo. “Ho scritto Il paese di Dionel 1991 quando vivevo nella Wind River Indian Reservation, Wyoming”, non troppo distante dai luoghi che faranno da sfondo alle vicende narrate in Ferito. “Non sono mai stato un grande appassionato dei western americani”, spiega Everett, “sebbene riconosca che facciano parte del grande mito del mio paese. E così un giorno ho pensato di sfruttare questa forma per indagare il mito alla radice. Mi interessava capire in che modo gli americani vogliono vedere sé stessi, mi interessava esplorare il racconto di frontiera”. “Tutti i western sono artificiali, autentiche falsificazioni, nessun western è una rappresentazione storica autentica, nemmeno quando trattano di avvenimenti realmente accaduti”. Everett ha agito così: “Ho dissezionato oltre un centinaio di film e altrettanti romanzi western in modo tale da poter fare mio quel tipico modo di parlare, soprattutto quei cliché. Volevo che venisse fuori una lingua familiare, qualcosa che suonasse reale e irreale allo stesso tempo, proprio come nei film western”. “Ero consapevole che stavo scrivendo una parodia di quel genere, una demistificazione che parte da un’unica certezza: nelle nostre menti c’è e sempre ci sarà un mitico vecchio West”.


Selezione stampa
“Nel suo ultimo, divertentissimo romanzo, l’eclettico scrittore americano Percival Everett demolisce il mito western, indicandone gli aspetti ridicoli e le radici razziste.”
Eleonora di Blasi, il venerdì, 22 aprile 2011

“Immaginate una versione ironica di Sentieri selvaggi di John Ford […] Percival Everett ha scritto un western che usa le convenzioni del genere per compiere una seria riflessione sui rapporti razziali.”
Internazionale, 7 aprile 2011

“[…] nuovo tentativo di Everett di mettere a soqquadro l’epica del West per riderci su. […] Da leggere di ritorno de Il Grinta dei Coen.”
Gazzetta dello Sport, 2 aprile 2011

Romanzo come sempre trasversale e altamente satirico, che non sembra soffrire degli anni passati dalla prima pubblicazione grazie anche alla sempre attenta traduzione. Naturalmente non mancano i colpi di scena e gli incontri “storici”, come il generale Custer il gonnella. Quante ne capitano nel paese di Dio…”
Alex Pietrogiacomi, Mucchio, aprile 2011

“Percival Everett scrive un romanzo western per analizzare la società americana, questa la sua provocazione. Il protagonista de Il paese di Dio è un antieroe, le sue imprese fanno ridere, muovono a compassione e liberano sadismo.”
Sara Gamberini, sulromanzo.it, 31 marzo 2011

“Autore colto e poliedrico, dalla penna versatile e divertente, Percival Everett è in ogni occasione, all’interno della vasta gamma del suo infinito sperimentare, un maestro nel mettere la realtà di fronte a sé, come in uno specchio […] il western è forse il genere che meglio di ogni altro evidenzia il modo in cui l’America ha rappresentato sé stessa e le sue radici, fondando il suo agire nel falso mito della superiorità occidentale sui popoli indiani. Questo sembra interessi Everett, per arrivare alla radice dell’intolleranza e dell’odio razziale. Anche se, al di là di ogni parola, il paese di Dio rimane un mistero insondabile e crudele.”
Sandra Bardotti, wuz.it, 29 marzo 2011

“[…] un’avventura allegra, cerebrale e parodica […] è uno dei libri più spassosi usciti quest’anno in Italia.”
Tommy Cappellini, il Giornale, 20 marzo 2011

“Se hai amato Il Grinta amerai Il paese di Dio. Se hai tra le mani questo libro preparati ad affrontare un viaggio avventuroso e surreale tra le terre selvagge e desolate del West, tra indiani, coloni e soldati e stravaganti personaggi al limite della parodia […] Un libro per ragazze “con la pistola” di monicelliana memoria.”
Désirée Paola Capozzo, elle.it, 18 marzo 2011

“Everett lavora sul rovesciamento dei cliché del western, stavolta con il suo feroce umorismo, concentrato sul peccato originale americano: l’identità dei neri e degli indiani d’America prevaricati dai coloni, la radice dell’odio e dell’intolleranza.”
nazioneindiana.com, 14 marzo 2011

Il Grinta torna al cinema e in libreria. Percival Everett narra un cowboy: è forte l’immagine della conquista della frontiera.”
Luigi Sampietro, Sole 24 ore, 13 marzo 2011

“[…] in questo libro – un testo che ritorna con successo alla gloriosa tradizione dell’umorismo della frontiera – si ride come davanti alle comiche. Anzi si ride talmente tanto che a volte rischiamo addirittura di non accorgerci di quanto le situazioni siano violente e inaccettabili.”
Sara Antonelli, l’Unità, 12 marzo 2011

“Everett come i grandi contaminatori. Da Leonard a Lansdale.”
Matteo Persivale, Corriere della Sera, 11 marzo 2011

“[…] se Charles Portis nel Grinta racconta allo stesso tempo l’epopea del West e la sua fine – uno spirito postmoderno che non poteva non interessare i fratelli Coen, maestri d’ironia che ne hanno appena tratto un film – Percival Everett in Il paese di Dio è poco interessato all’epopea del West se non come a mezzo per mettere l’America davanti allo specchio.”
Matteo Persivale, Corriere della Sera, 11 marzo 2011

“Percival Everett analizza vizi e virtù della vecchia America in un western insolito, divertentissimo e feroce che fa ridere perfino nelle scene più agghiaccianti.”
affaritaliani.it, 11 marzo 2011

“Percival Everett ha scritto una parodia demistificante del genere western cercando di fare propri tutti i clichéper poi ribaltarli in maniera divertita e spiritosa.”
lettera43.it, 12 marzo 2011




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